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COME RENDERE UTILE IL DIBATTITO SULLA FONDAZIONE CARISBO

La clamorosa esclusione del Rettore dell’Università, Francesco Ubertini, dall’Assemblea della Fondazione Carisbo ha aperto un dibattito molto acceso sul ruolo e sulla gestione di questa fondamentale istituzione cittadina.
Improvvisamente, Sindaco, politici vari, professori universitari ed editorialisti scoprono che l’utilizzo da parte della Fondazione delle proprie risorse è poco trasparente e poco produttivo, e che viene contraddetto lo spirito della legge istitutiva delle fondazioni che consiste nel restituire alla società civile risorse provenienti dalla gestione dell’attività bancaria.

Tutto questo è piuttosto ipocrita, perché a dire il vero la trasformazione della Fondazione da soggetto indipendente che – sulla base di indirizzi certi e concordati – partecipa alla crescita e allo sviluppo culturale e sociale di Bologna, a un soggetto che interviene direttamente sulle politiche della città, è avvenuto da tempo – e con il consenso tacito di tutti coloro che adesso gridano allo scandalo.

Per rendersene conto, basta leggere con un po’ di attenzione il bilancio 2014 reso pubblico dal Presidente Sibani. Ben 10 milioni di euro sono stati destinati al Museo della Città Srl, di cui la Fondazione detiene il 100% delle quote. Ora: è evidente che se si decide di  allestire un sistema museale autonomo (che si affianca a quello comunale, universitario e statale), si entra direttamente nella definizione delle politiche culturali e che – considerato che in Italia non esiste un Museo che raggiunga il pareggio di bilancio con il solo sbigliettamento –  di conseguenza ci si impegna a ripianare perdite economiche in eterno. Se a questo si aggiunge che le scelte gestionali e artistiche tendono a inseguire la chimera eventistica, supportata dalle grancasse mass-mediatiche, si rischia di cadere in pozzi senza fondo: è sufficiente tornare alle polemiche che seguirono la mostra “Ragazza con l’orecchino di perla. Il mito della Golden Age da Vermeer a Rembrandt”.

Chi scrive aveva sottolineato – in perfetta solitudine e bacchettato pubblicamente dai tanti che adesso salgono sulle barricate – come quella esposizione, nonostante i numeri sbandierati dall’organizzatore Linea d’Ombra (prassi già sperimentata dagli stessi in altre città, per mostre analoghe), rischiava di trasformarsi in una perdita economica considerevole. Avevo allora anche sottolineato come le Fondazioni avrebbero piuttosto preferibilmente dovuto contribuire al risanamento e al rilancio delle principali realtà produttive culturali locali – come per esempio l’Arena del Sole e il Teatro Comunale. Adesso che i numeri parlano chiaro, sappiamo che il massimo della perdita di Genus Bononiae è avvenuto proprio nel 2014, con un “rosso” di 4,6 milioni di euro.

Su questi dati però  cala il silenzio. Anzi, leggendo varie dichiarazioni di Assessori, sembra proprio che l’Amministrazione Comunale non abbia intenzione di aprire una discussione – più articolata e per questo utile alla città – rispetto a come integrare, aldilà delle facilitazioni economiche negli accessi, i diversi sistemi museali e a come orientare le risorse verso attività produttive e non di sola immagine. Piuttosto si orienta – su consiglio di eterni esperti di comunicazione – verso uscite effimere, che producono tanti articoli di giornale, un po’ di consenso, spese eccessive e soprattutto, finiti “gli eventi”, il nulla.                                                        

Se si vuole aprire una discussione seria, invece, si cominci a ragionare su come devono essere investite le risorse della città, indicando e influenzando le priorità, osservando i dati e facendo tesoro degli errori.
Altrimenti, il tutto rischia di tradursi solo in rumore, che nasconde le lotte di potere tra i soliti noti.

Alberto Ronchi