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COSTRUIRE LA DURATA – IL REPORT DELL’INCONTRO E UNA VISIONE GENERALE.

Per un’associazione come La Boa, che ha sempre fatto della cultura il centro della propria lettura politica, un incontro come quello che si è svolto al DOM – La Cupola del Pilastro il 18 maggio, sulle politiche culturali è la summa – e il rilancio – di un intero percorso, dove la cultura si accredita come materia specifica – che si interseca, ma non si esaurisce né può essere ancillare rispetto ad altri ambiti come il sociale, le attività ricreative e il turismo – sia come visione, poetica, orizzonte.

Una cultura – come introduce Alberto Ronchi – che deve prevedere l’intervento pubblico per dare indirizzi plurali, senza che questo significhi statalismo. Che deve aprirsi all’azione privata per l’ampliamento dei servizi, ricordandosi di difendere strenuamente le proprie realtà produttive. Che deve mantenere il proprio portato sperimentale, conflittuale, politico per non diventare mero intrattenimento. Tutto questo impiega tempo. Per questo abbiamo chiamato l’incontro “costruire la durata”, perché la cultura è lenta, nel farsi, nel mostrare i risultati, non può essere ossessionata dai numeri né dal consenso – che inevitabilmente portano all’omologazione dell’azione e del pensiero, cioè ciò che la cultura stessa contrasta.

L’intervento di Romeo Castellucci – regista teatrale a cui Bologna ha dedicato un progetto speciale nel 2014, vincitore del premio UBU come miglior progetto teatrale dell’anno – ha ricordato come “E la volpe disse al corvo…” sia stata un’esperienza di produzione artistica propriamente politica, proprio per il rapporto che ha saputo costruire con la città. Un lavoro approfondito, radicato e necessario – che si è realizzato grazie alla rara sensibilità di una pubblica amministrazione.

E’ Piersandra Di Matteo – curatrice del progetto – che ha approfondito la filosofia dei “progetti speciali” introdotti dall’Assessore Ronchi. La parola cardine è sempre “città”: da un lato il diritto alla città, cioè offrire alla cittadinanza traiettorie al cui interno le persone possano scrivere un proprio percorso, chiedendo loro di assumersi la responsabilità di passarci attraverso, scoprendo luoghi anomali, scoprendo il teatro come luogo dell’inquietudine e del dubbio, e secondo temporalità inedite; dall’altro la ricchezza di un dialogo inter-istituzionale: la volontà di mettere in comune tutte le forze della città in un’ottica propriamente cooperativa, intersecando un progetto specifico – transitorio, extra-ordinario – con il lavoro costante e continuo che solo le realtà locali sanno attivare sul territorio, ognuna per le proprie competenze ed energie, in sinergia con le altre. La costruzione di una precisa processualità, quindi, che indirizza i curatori a “mettersi rasoterra”, lasciando loro carta bianca a livello contenutistico, ma solo la richiesta di “lanciare scintille in luoghi che possano incendiarsi”. Significa preferire l’esperienza al risultato: del resto anche il concetto di “formazione del pubblico” rischia oggi di diventare un meccanismo meramente quantitativo, mentre questa si compie attraverso l’incontro, attraverso l’insinuazione di piccole curiosità, che si alimentano senza fretta. Conclude la Di Matteo: è necessario ritrovare umiltà nel settore culturale, allontanare quel “machismo” che deriva “dall’iper-creatività come condizione sistemica della vita”, per cui tutti devono essere e sono creativi, togliendo così valore alla dimensione della creazione, che insinua il dubbio, non produce risposte. Solo così, nella progettazione di una processualità artistica complessa – che di per sé può avere falle, implicare intermittenze – è possibile uscire dai trionfalismi facili e ridare spazio alla dimensione del laboratorio, unendo elaborazione, prassi e produzione.

A Bruna Gambarelli – direttrice della compagnia Laminarie, che gestisce il teatro DOM – La Cupola del Pilastro – è spettato il compito di disambiguare l’assimilazione della cultura al welfare. Si tratta infatti di due ambiti specifici, per cui non basta un piccolo elemento culturale per fare di un progetto di welfare un progetto culturale. Ci sono competenze precise e necessità profonde, per cui “non trafficanti, né dilettanti, né esteti pieni di orgoglio” (Jean Copeau) si devono improvvisare in questi ambiti. Accade che un progetto culturale si intersechi in modo essenziale con temi sociali, che prenda corpo in un contesto sociale, complesso. Ma se nel condurlo si perde di vista la vertigine dell’opera, allora sì diventa una mera – benché nobilissima – azione di welfare. Allo stesso modo, il tempo libero di persone ammirevoli non può essere scambiato con il lavoro sul territorio che possono compiere educatori e operatori professionisti. E’ importante riconoscere le capacità che la cultura può innescare ma è grave (e demagogico) non riconoscere che certi compiti non si possono lasciare allo spontaneismo. D’altro canto, non si possono attraversare i confini senza aver capito quali sono i propri. Più il contesto è complesso più è essenziale sapersi integrare e non sostituirsi ad altre professionalità, affidandosi alle competenze altrui. Questa capacità di innestare pratiche e dalle pratiche evincere teorie, così come lasciare che le teorie illuminino le pratiche, è un circolo virtuoso che la cultura dovrebbe insegnare, ma è anche un sistema che, se si interrompe, collassa. Un circolo che passa da un’azione quotidiana, metodica, strutturata, che deve ricevere i giusti indirizzi politici e deve essere agita da chi decide di investire tutta la propria vita su questo. I contesti complessi sono luoghi, tenaci ma abitati, dove è necessario investire sul senso delle relazioni tra esseri umani e altri luoghi pubblici. La città deve essere interrogata su quali relazioni attivare, è necessario mettersi in ascolto e aspettare i frutti di queste relazioni, in modo paritetico, senza frette. Perché spesso si vive di incontri incidentali, di piccole illuminazioni individuali: i fenomeni di massa e predeterminati tendenzialmente falliscono. Per questo è possibile solo assicurare il presidio dei luoghi e dei tempi, solo così possono accadere le cose.

A Emilio Varrà – direttore di BilBOlBul, Festival Internazionale del Fumetto – è stata chiesta una riflessione critica sul “medium festival”. Partendo dal presupposto che ci sono due tipi di festival – quelli di ricerca, il cui valore è esito artistico di per sé, e quelli di divulgazione – la differenza non sta nella qualità o specificità della proposta ma sul metodo di chi lo realizza. A Bologna sono predominanti i festival divulgativi, che hanno intrinsecamente la necessità di un pubblico e quindi la necessità di compiere scelte audience-oriented e il rischio di scivoloni, tanto più in un’epoca in cui tutto deve essere “partecipativo”, connesso al dover mettere a tacere illustri esperti per dare la parola al pubblico. Spesso il settore culturale ha usato lo strumento festival per portare avanti un rapporto con le istituzioni, usando la leva dell’indotto economico e del pubblico. Allo stesso modo l’idea di festival risponde alla demagogia della creatività, strettamente connessa alla comunicazione e al marketing, e a richieste occupazionali. In questo il festival è un oggetto ambiguo, che può proporre eccellenze, così come grandi atti di malafede. Bologna in onestà ancora produce festival qualitativamente elevati, ma questo non toglie che il fenomeno festival è un fenomeno finito. Ha avuto la propria funzione culturale ma ha già dato quello che poteva dare. Quindi la palla ora passa alle istituzioni, che devono ammettere l’idea di “de-festivalizzare i festival”, eliminandone l’occasionalità e andando verso la durata e l’attività continuativa. E’ chiaro, tuttavia, che la diffusione delle proposte non ha la stessa forza comunicativa, richiama meno persone e ci vuole coraggio.

Daniele Donati, presidente del Piano Strategico Metropolitano, ha puntualizzato l’orizzonte amministrativo entro cui si deve svolgere la pianificazione culturale dei prossimi anni. Che per l’appunto dovrà essere metropolitana e non localistica: il prossimo sindaco sarà il sindaco di un milione di abitanti, uno spazio che include tutta la ex-provincia di Bologna, quindi i pesi cambiano. Puntualizza anche sul fatto che la pubblica amministrazione non debba sviluppare politiche culturali, ma politiche per la cultura, come sosteneva Norberto Bobbio. Ovvero non si dettano linee ma si creano ambienti per ciò che deve svilupparsi necessariamente al di fuori dell’amministrazione. Infrastruttura, non contenuto. Non deve quindi portare all’omologazione attorno a un’idea ma aggregare attorno a un’azione. Con la consapevolezza che la cultura naviga anche nel mondo del mercato, accanto al sistema pubblico: ci sono distinzioni che vanno operate, per capire chi scegliamo che debba e possa stare fuori dal mercato, razionalizzando l’offerta (e quindi la domanda di sostegno pubblico).
Alcuni soggetti stanno pienamente sul mercato: possono usufruire di aiuti, di supporti alla produzione, ma stanno sul mercato (vedi industria cinematografica). Però ci sono aree di grigio – forme espressive inedite, innovative, giovanili, su cui bisogna concentrare risorse, attenzione e denaro. Realtà che ancora non si fanno o sanno intelleggere, dove il tema del pubblico – cioè del non pubblico – è cruciale. Allora la Pubblica Amministrazione può mettere in campo due azioni:
1) coordinamento: la creazione di reti che devono essere orizzontali (non si ragiona mai abbastanza sull’altro da sé) e verticali (formazione, produzione, distribuzione culturale: quanto sono perequate?)
2) sostegno: materno ma non materialistico. Non pedagogico: non ho un mente quale cultura debba essere, ma semplicemente che nasca. Spesso le problematiche sono a livello strutturale burocratico, di apparto e non politico. Spesso è necessario un sostegno pratico, più che economico.

Oggi abbiamo un atto politico che guida la prossima pianificazione strategica, cosa che non era accaduta durante il primo piano strategico. Oggi abbiamo la legge Delrio, che impone alle città metropolitane di dotarsi di un piano strategico: una legge tranchant che nel bene o nel male mette un punto a 25 anni di discussioni sulle pertinenze territoriali, che purtroppo non coincidono con la continuità territoriale. Per questo abbiamo a certezza che solo la cultura può funzionare come lente di analisi e costruzione dell’identità di questo territorio ampio e frammentato. Se non rafforziamo l’offerta locale, aprendoci alla contaminazione e acquisendo almeno 300.000 nuovi cittadini, non andiamo lontano: dobbiamo ricominciare a trattenere le persone, a partire dagli studenti universitari.
Di conseguenza, se il PSM è l’atto di indirizzo, allora deve necessariamente essere federale, perché un solo sindaco non può decidere per 54 Comuni in cui non è stato eletto, e deve necessariamente avere un documento politico che lo indirizzi. Gli indirizzi non si costruiscono ascoltando i destinatari. L’interesse pubblico non è né la somma né la mediazione di tutti gli interessi privati. Solo la chiarezza degli indirizzi ti permette di dire dei sì e dei no trasparenti.

Il vero nodo – e il paradosso, per concludere un incontro che pone la cultura al centro – è che la legge non contempla la cultura come materia in competenza alla città metropolitana, rientra tra il sostegno sociale. Quindi abbiamo due strade: o spingere i territori a chiedere la presenza della città metropolitana in materia di cultura o avere un approccio al sociale che includa fortemente la cultura come materia in sé. La Città Metropolitana di Bologna ha dato una delega alla cultura. Non sarà facile riempirla di senso, tra le rigidità del basso e l’irrigidimento della Regione, ma è un territorio da esplorare, in tutti i sensi.