Educare ai Diritti e ai Doveri

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4a. UNA CABINA DI REGIA

Per realizzare un contesto politico e sociale dove il valore della cittadinanza consenta ai “diversi” – per cultura, lingua, religione, condizioni economiche, età, provenienza geografica, identità di genere e orientamento sessuale – di interagire con la comunità attraverso norme che ne garantiscano l’uguaglianza, sentendosi quindi legittimati al pari di qualsiasi altro cittadino a vivere – ed abitare – la città, le azioni devono essere orientate a un processo intenzionale che comporti “rispetto reciproco, riflessione critica, attività di partecipazione, mediante il quale le persone prive di una giusta quota di risorse valide possono raggiungere più facilmente l’accesso a tali risorse e accrescere il loro controllo su di esse”. Solo in presenza di una forte coesione culturale, basata sulla valorizzazione delle differenze e delle contaminazioni, la comunità sarà in grado di affrontare – senza timore di perdere i propri diritti, spesso intesi come privilegi – la sfida della crescita di una società culturalmente mista. Del resto, la stessa Costituzione Italiana concepisce la democrazia come governo fondato sul principio dell’uguale libertà e individua come compito della Repubblica la rimozione di tutti gli ostacoli che limitino tale uguaglianza: una moderna politica del welfare non può che essere indirizzata al conseguimento di questo obiettivo.

Spesso si osservano politiche correlate a motivi anagrafici (anziani, giovani) o attivate su bisogni determinati da condizioni specifiche (disabilità, migranti). Si tratta di un approccio molto “settoriale”, tale da rendere difficile quel dialogo tra le parti che sarebbe invece necessario ricostruire. Appare invece impellente un approccio meno frammentario che tenga conto che ciascun cittadino, durante la propria esistenza, possa cambiare status e necessità, incappare in – e superare – problematiche emergenziali, accedendo a percorsi diversificati. Solo in questa maniera è possibile porlo al centro di una progettualità che si ponga l’obiettivo di favorire un processo di crescita ed “empowerment” complessivo.

Allo stesso modo, l’attuale suddivisione dei servizi rischia di limitare l’efficacia di iniziative meritevoli e innovative, che difficilmente sono messe alla prova della riproducibilità o dell’ampliamento perché limitate a un solo campo disciplinare. Risulta quindi assolutamente necessario, anche in considerazione della riduzione delle risorse economiche, riprendere quel dialogo tra settori volto a migliorare ed ottimizzare tutto il comparto dei servizi alla persona: si tratta di un’operazione complessa che richiede il rispetto di specifiche competenze e l’avvio di collaborazioni autentiche tra Istituzioni e società civile, determinate dal desiderio di perseguire un progetto comune. Più spesso, invece, si assiste ad iniziative calate dall’alto, senza una coerenza strategica, esposte da persone sconosciute ai cittadini coinvolti e con un linguaggio banalmente mutuato dai documenti dell’Unione Europea, da esperienze terze o fenomeni di tendenza:  più utili, quindi, per la politica che per l’utente.

Partendo dal presupposto che i servizi sono sviluppati dalle persone con le proprie professionalità, non è altrettanto possibile dare per scontata la competenza del personale della Pubblica Amministrazione, una competenza in grado di unire l’aspetto umano, tecnico e amministrativo in maniera virtuosa. Il personale della Pubblica Amministrazione che affronta questi ambiti complessi deve essere realmente preparato e motivato ad un apprendimento continuo. La capacità del personale di tessere relazioni quotidiane con altri settori ed interlocutori, e di approfondire lo studio e l’innovazione del comparto, è un elemento  fondamentale e pertanto l’Amministrazione deve prevedere condizioni e contratti di lavoro pensati per quel tipo di funzione, evitando ad esempio i frequenti e aprioristici trasferimenti tra settori. Uno dei problemi che si riscontra all’interno dei servizi alla persona, infatti, è legato ai continui cambiamenti organizzativi dell’Amministrazione Pubblica, che aumentano il disorientamento sia per i lavoratori diretti ed indiretti, che per gli stessi cittadini.

Sempre di più si va verso una gestione di servizi attraverso organi intermedi come l’ASP (Azienda Servizi alla Persona) e attraverso gare d’appalto con il mondo del privato sociale quale unico strumento di progettualità condivisa tra Ente Pubblico e privato, senza che ciò sia caratterizzato da una condivisione di indirizzi e co-creazione di progettualità in fase pre-competitiva. L’Amministrazione rischia così di trovarsi con meno strumenti per la programmazione e il controllo dei servizi, poiché incapace di coordinare e/o essere direttamente efficace e prossima al territorio. La soluzione è impossibile senza fornire ai Quartieri, in quanto organi di governo più prossimi, strumenti e risorse tali da poter agire in maniera tempestiva ed efficace. In alternativa, ammettendo la difficoltà dell’Ente Pubblico nel destinare risorse economiche sufficienti per rispondere al crescente bisogno dei cittadini in difficoltà, è necessario quantomeno intervenire a livello centrale per creare le condizioni in cui possano svilupparsi lecitamente percorsi di micro-economia e auto-organizzazione, che diano la possibilità a queste persone di rendersi autonome (ad esempio, la creazione di piccole cucine si scontra con la regolamentazione, la possibilità di vendere prodotti derivati dalla coltivazione degli orti si scontra con la mancanza di licenze etc.).

Resta il fatto che l’attivazione di gruppi intermedi specializzati, capaci di dialogare con la base e insieme depositari di competenze e saperi specifici, è un ottimo modo per mantenere il più possibile le prossimità con i cittadini, individuarne i bisogni, coinvolgerli nella costruzione di soluzioni innovative e permettergli di accedere ai servizi facilmente, purché tale rete dei servizi sia coordinata e monitorata da una regia e da una visione centrale, che non si sottrae ai propri obblighi e ai propri doverosi investimenti; la rete degli operatori della Pubblica Amministrazione e del privato sociale favoriscono, infatti, una crescita continua ed innovativa della comunità, se agita monitorando l’efficacia dei servizi e la loro sostenibilità, in termini economici, ma anche sociali e culturali. Solo se agisce, cioè, secondo un sistema capace – nel rispetto dei differenti mandati e delle ipotesi di lavoro comuni – di mettere a confronto informazioni e strategie differenti che favoriscono la creazione di una  progettualità incisiva, senza sovrapposizioni, in grado di risparmiare tempo e risorse.
In questa ottica, è necessario evidenziare come le politiche sociali e le politiche culturali, pur non essendo la stessa cosa, non siano neanche in competizione, bensì in stretta correlazione. Le seconde, infatti, rappresentano il presupposto per fornire un insieme di servizi che non vengano considerati di semplice assistenza, ma si realizzino effettivamente come politiche di cittadinanza. L’ampliamento dell’offerta culturale e la sua differenziazione permettono di realizzare un contesto politico/sociale dove il valore della cittadinanza consente ai “diversi” di interagire con la comunità e sentirsene parte attraverso norme che garantiscano l’uguaglianza. Le pratiche culturali permettono di estendere gli ambiti di socializzazione, ampliando le possibilità di conoscenza, consapevolezza, informazione, sviluppo. Rendono possibili, a loro volta, risposte per l’ampliamento dei servizi di cittadinanza rivolti per esempio all’infanzia, ai giovani, agli anziani, con la possibilità di prevedere spazi e attività specifiche e trasversali, per favorire l’incontro tra i diversi strati sociali, anche all’interno di realtà già esistenti.

~ azioni possibili

La Pubblica Amministrazione deve, quindi, necessariamente:

  1. Mantenere il ruolo di capofila di un articolato sistema pubblico/privato, coordinando tavoli di lavoro “misti” per progetti che superino alcuni confini settoriali per permettere la formazione degli operatori, lo scambio di saperi ed esperienze, la possibilità di risposte “quasi” immediate ai disagi. Questo implica creare a tutti gli effetti una cabina di regia, capace di decodificare i differenti linguaggi, metterli in rete e contribuire alla definizione di una direzione progettuale, costruendo (o tornando?) ad un approccio meno frammentato e meno distante tra testa e strada, creando possibilità maggiori di confronto costante tra le parti operativamente coinvolte (conferenze di servizi) e con possibilità di azione immediata.
  2. Oltre a promuovere a livello teorico la cittadinanza attiva, recepire e stabilizzare concretamente quelle forme spontanee e innovative di cittadinanza attiva, anche al di fuori dell’attuale impianto normativo, a fronte del riconoscimento del valore sociale prodotto e spesso implementato da forme auto-organizzate, in grado risolvere le incapacità congenite della Pubblica Amministrazione di intercettare i bisogni dei cittadini in stato di difficoltà o di rispondervi tempestivamente.
  3. Incrementare  cultura e conoscenza  come veicoli indispensabili per costruire comunità di cittadini  in grado di accedere ai servizi pubblici offerti dal territorio e organizzati in rete,  che consenta a tutte le persone di fruire delle opportunità formative e permanenti di un territorio indipendentemente dalla formazione scolastica, o provenienza geografica.
  4. Attuandosi effettivamente dal 2016 la riforma dei Quartieri, è necessario rivedere i diversi servizi sociali e culturali (come le biblioteche, ma non solo) sul territorio e progettare una nuova proposta di luoghi polifunzionali che accorpino questi diversi servizi – sociali, cultura, conoscenza, accesso all’informazione, lavoro, giovani – con soluzioni che prevedano la riformulazione dell’offerta in chiave innovativa. Si tratta di sviluppare una metodologia operativa già avviata con successo dal Comune di Bologna in alcune parti della città che si basa sulla creazione di spazi reali di condivisione e di attivazione territoriale. Questi luoghi polifunzionali si devono nutrire di forme ibride di co-produzione e sinergia tra diversi soggetti pubblici e privati, e dovrebbero essere prevalentemente orientati  a legami diretti e quotidiani piuttosto che virtuali, contribuendo all’attivazione di relazioni interpersonali e trasversali rispetto ai bisogni delle persone che abitano un territorio. I luoghi polifunzionali devono avere anche l’obiettivo di coinvolgere persone che desiderano essere attivamente parte di processi innovativi per la trasmissione delle conoscenze, che siano inerenti alle pratiche culturali  così come alle pratiche di cittadinanza attiva e di pedagogia dell’esperienza.
  5. Adottare contratti di servizio con l’ASP efficaci, dove il controllo e la programmazione sia fatta su indicatori efficaci basati non solo sul numero di prestazioni effettuate, fatture o lista di presenze, ma su sistemi di valutazione reali, ovvero la verifica del miglioramento del benessere della comunità. In questa maniera si può effettivamente incidere sulla qualità del servizio, sulla sua ri-progettazione o verifica tempestiva, mantenendo una vicinanza con l’oggetto di studio. 

4b. NUOVE POVERTÀ

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Non è più possibile nascondere l’evidenza per cui anche a Bologna siano ormai molti i casi di nuove povertà o povertà estreme, per i quali è necessario individuare soluzioni efficaci e potenzialmente durevoli di alleggerimento di tali condizioni.  Si danno i casi  di famiglie che si trovano in una condizione di indebitamento non recuperabile (anche se di piccole cifre): persone che pur già abitando in case ACER, non sono in grado di corrispondere l’affitto e/o pagare le utenze. Affinché la situazione di queste persone non degeneri e piuttosto si trasformi in una possibilità di riscatto e di apertura, è possibile prevedere percorsi di che permettano di “scontare il debito” attraverso attività lavorative da svolgersi in spazi di cui è riconosciuta la funzione pubblica. L’individuazione delle famiglie sarà operata dai servizi sociali, mentre l’individuazione degli ambiti a cui si riconosce una funzione pubblica può essere indicata da altri settori del Comune (cultura, educazione, lavori pubblici, verde..). Esiste già una normativa che permette la fattibilità dello “scambio”, recentemente rinforzata dal Ministro Poletti.

Allo stesso modo, è necessario attivare prassi capaci di valorizzare e riqualificare le competenze dei cittadini che hanno subìto la perdita del lavoro e/o della casa. Creare meccanismi di riqualificazione di strutture abitative e di mantenimento di altri spazi e luoghi, attraverso il lavoro delle persone che si trovano in uno stato di estrema povertà, permette al contempo di aumentare l’offerta lavorativa e abitativa. Pertanto, si ritiene opportuno favorire lo strumento della formazione e del tirocinio formativo in convenzione con cooperative e associazioni, per l’acquisizione di nuove competenze da poter utilizzare nel mercato del lavoro. Parallelamente l’Amministrazione dovrà impegnarsi a rafforzare lo strumento delle clausole sociali nelle gare d’appalto.


4c. L’ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI

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La tematica dell’immigrazione deve essere necessariamente inserita nella cornice di quelli che sono i diritti, sia rispetto ai nuovi cittadini (le cosiddette “Seconde Generazioni”), sia rispetto a coloro che transitano nel nostro paese o che lo scelgono come luogo di rifugio dopo aver deciso di lasciare il proprio. La necessità nasce da una riflessione politica legata al tema dell’immigrazione, che vada oltre i temi della fratellanza e della solidarietà e risponda in primo luogo al dovere di tutelare i diritti dell’essere umano, così come sancito dai numerosi Trattati e Convenzioni internazionali che l’Italia ha recepito nel proprio ordinamento giuridico.

La tendenza a giustificare la necessità – e non affermare con forza il dovere di – far fronte a fenomeni irreversibili e globalizzati come quello dell’immigrazione, utilizzando narrative che parlano al cuore o, ancor peggio, all’istinto delle persone, fa perdere di vista l’obbligo che il nostro Paese ha di tutelare le libertà fondamentali delle donne, degli uomini e dei bambini migranti: solo una volontà politica chiara e continuativa, che risponda a un dovere sancito per legge, può agire profondamente per l’inclusione.

Oggi l’immigrazione in Italia viene gestita principalmente attraverso strutture di “prima/straordinaria accoglienza” come i CAS (Centri Accoglienza e Servizi, gestiti dalle Prefetture con appalti semestrali) e solo in modo residuale attraverso progetti di “seconda accoglienza” afferenti alla rete SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) di competenza degli Enti locali. Solo questi ultimi sono realmente vocati all’integrazione e alla creazione di prospettive di vita per i cittadini di paesi terzi (attraverso l’avviamento di percorsi di autonomia verso scuola, tirocini, corsi di formazione e di lingua, etc.: un’accoglienza modellabile, non dogmatica, ma rispondente a logiche di servizi integrati e di accesso ai diritti, tra tutti quello alla residenza). Questi ultimi, tuttavia, risultano meno sostenuti e sviluppati proprio perché l’emergenza sembra essere l’unica cornice entro cui collocare l’immigrazione, che invece rappresenta un fenomeno strutturale, che interessa Bologna tanto quanto il resto d’Italia e del mondo (con cifre ben più incidenti).

Bologna, che nello specifico ha un sistema di accoglienza virtuoso, presenta margini di miglioramento proprio per quanto riguarda il superamento della logica/gestione emergenziale, sia sulle progettualità dedicate ai migranti in transito (persone “invisibili” in quanto non richiedenti asilo in Italia).

~ azioni possibili

  1. Mentre è necessario assicurarsi che le Prefetture, tenute a gestire la dimensione emergenziale del fenomeno, operino con competenza e sensibilità, è ancor più fondamentale rafforzare, allargare e rendere obbligatoria l’adesione al sistema SPRAR (oggi facoltativa). Il doppio binario di gestione delle vite di chi sbarca nel nostro Paese, infatti, è ad oggi totalmente casuale, mentre capitare in un CAS o in uno SPRAR è dirimente circa le prospettive di vita del migrante, nonché rispetto ad una gestione organica del fenomeno migratorio, che minimizzi le conflittualità, il rigetto e con essi nuovi razzismi. Delegare la responsabilità alle Prefetture – che non sono chiamate allo sviluppo di progettualità politiche, radicate e modellate sul territorio – significa automaticamente far ricadere sulla città i costi dell’emergenza sociale derivanti dall’assenza di percorsi di integrazione reale. Bologna, che nonostante le difficoltà è un’isola felice a livello nazionale, può e deve fare scuola. L’ex CIE di via Mattei (ora trasformato in HUB Adulti), ad esempio, è un centro di grandi dimensioni che coordina il trasferimento di tutti coloro che arrivano in regione verso altri progetti di accoglienza, ma ad oggi tale trasferimento avviene solo verso i CAS mentre sarebbe auspicabile un cambio di tendenza prevedendo  trasferimenti solo verso progetti di Seconda Accoglienza, la cui disponibilità di posti deve essere ampiamente aumentata). Allo stesso modo, partendo dal progetto europeo FAMI (Fondo Asilo Migrazione e Integrazione) in cui l’esperienza bolognese dell’”HUB minori stranieri non accompagnati” rappresenta un fiore all’occhiello quanto ad accoglienza, tutela e prima alfabetizzazione oltre alla richiesta di protezione internazionale, è necessario utilizzare i servizi pubblici per tutela diritti dei minori e creare protocolli che sanciscano chi nell’assetto democratico è chiamato a garantire la tutela di questi soggetti.
  1. Dopo essere stati trasferiti all’HUB di via Mattei, alcuni uomini e donne decidono di non richiedere l’asilo in Italia perché diretti altrove, dove hanno famigliari o amici con cui si vogliono ricongiungere, anche per avere a disposizione una rete per il proprio percorso di integrazione. Questi uomini e donne – tecnicamente “migranti in transito” – sono costretti a continuare il proprio viaggio nell’ombra proprio perché scelgono di non fermarsi qui: per questo vengono considerati irregolari e quindi privi di diritti. Bologna non può chiudere gli occhi di fronte a questa realtà, ma anzi attivare per prima un meccanismo di sostegno nei loro confronti, che non lasci spazio alle infiltrazioni mafiose, che non li esponga a ricatti e rischi durante il prosieguo del loro tragitto e che li consideri esseri umani a tutti gli effetti nonostante la lettura centrale di renderli invisibili in quanto non richiedenti asilo nel nostro Paese.