Introduzione: un progetto per la città

fantasia barocca

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Abitare una città significa poter aggiungere al proprio vivere quotidiano un senso di maggior familiarità, appartenenza, confidenza. Abitare una città – temporaneamente o in modo permanente, come singoli cittadini, come famiglie, come comunità piccole o grandi che siano – significa saperne riconoscere e rispettare la fisionomia e il carattere, e insieme sentirsi riconosciuti e rispettati nel proprio modo di essere e di fare. Solo seguendo questa direzione, si può affrontare concretamente ed efficacemente il tema – spesso sollevato demagogicamente – della sicurezza.

Per governare Bologna nei prossimi cinque anni sarà necessario in prima battuta individuare un metodo – abilitante, reattivo, non discrezionale – da applicare a tutti gli ambiti dell’azione pubblica, ma soprattutto sarà necessario avere una visione attraverso cui compiere delle scelte, intercettando e liberando risorse per collocarle là dove si ritiene prioritario l’intervento.

In questi ultimi anni, l’Ente locale, pur registrando alcuni miglioramenti, si è contraddistinto per l’incapacità di operare precise scelte strategiche. In diversi campi – dalla politica di bilancio alla cultura, dalla scuola al welfare, dalla mobilità alle infrastrutture – si sono spesso registrati improvvisi cambi di direzione, per lo più causati da pressioni politiche e/o economiche che hanno indebolito complessivamente l’azione amministrativa. Questa gestione contraddittoria, oltre a creare un comprensibile disorientamento in molti cittadini, ha prodotto una serie di decisioni costose, condizionate dall’improvvisazione e dall’arbitrarietà. È sufficiente ricordare il sostanziale abbandono, dopo anni di discussione partecipata, del Piano Strategico Metropolitano; il repentino cambiamento di opinione sulla vendita delle azioni Hera; la non applicazione del risultato del referendum sui finanziamenti alle scuole private; il proliferare di ordinanze sindacali su temi estremamente delicati.

Di fatto, si è realizzata una regressione nella legge per l’elezione diretta del Sindaco, con un prepotente ritorno dell’influenza di gruppi di potere e dei partiti sul Primo Cittadino, non solo in sede decisionale ma anche nella stessa composizione della Giunta. Un Sindaco condizionato – e non orientato in senso generale – da portatori di interessi legittimi, ma oltremodo particolari, costringe una città alla mancanza di visione strategica d’insieme, che sia finalizzata ad uno sviluppo equo e ad un sostanziale miglioramento dei servizi per chi la abita. Di conseguenza, un programma di governo alternativo deve puntare, attraverso il coraggio delle scelte, al superamento delle contraddizioni strutturali presenti nell’attuale gestione dell’Ente e porre le basi per un aumento complessivo della qualità della vita di tutti i cittadini e non soltanto di parte di essi, nella consapevolezza che l’elezione diretta del Sindaco fornisce già, se correttamente applicata, la cornice ideale per giungere a questo risultato.

In un’efficace azione di governo, è centrale la riflessione relativa al bilancio e all’organizzazione politica e amministrativa dell’Ente stesso che, andando oltre ogni rigidità dogmatica e storicizzata, sia in grado di garantire un reale miglioramento delle prestazioni dell’Amministrazione Pubblica, in termini di efficacia delle procedure e di efficienza economica. Occorre, quindi, decidere con chiarezza in quali ambiti il Comune può e deve intervenire direttamente, e in quali intende invece favorire l’accesso completo dei privati, con conseguente maggior disponibilità di risorse (da utilizzare anche per la riduzione del debito e relativo ridimensionamento degli interessi pagati), al fine di incrementare il bilancio complessivo a favore delle attività, dei servizi e delle istanze ritenute prioritarie.

In tal senso, un accorpamento – sia a livello politico che dirigenziale – delle funzioni amministrative, con relativa diminuzione dei componenti della Giunta e del numero dei Dirigenti, consentirebbe il miglioramento e una maggior sinergia nelle prestazioni, liberando risorse da investire sul personale, di cui vi è estrema esigenza.

Allo stesso modo, non è più rinviabile un processo di abolizione, semplificazione e aggiornamento dei regolamenti comunali: Bologna è intasata da una burocrazia regolamentare ridondante e, in alcuni casi, non prevista dalle normative vigenti. È questo il caso del regolamento di Polizia Municipale, oggi così stratificato da risultare profondamente iniquo, così come del Regolamento delle Libere Forme Associative, strumento che appare anacronistico tanto più in virtù dell’esistenza del Regolamento dei Beni Comuni. A fronte di questo documento innovativo – di cui Bologna si è dotata per prima tra le città italiane – a maggior ragione è necessario garantire l’eliminazione di comportamenti discrezionali, soprattutto nella gestione di servizi e assegnazione di spazi pubblici, rafforzando con chiarezza e attraverso convenzioni pluriennali rinnovabili l’operato di quelle realtà presenti sul territorio che garantiscono interventi positivi in ambito culturale, del welfare e nell’estensione dei diritti individuali/collettivi, assicurando la continuità della loro attività indipendentemente dalla veste giuridica profit o non profit, favorendone la sostenibilità economica, cioè la possibilità di effettuare investimenti e stabilizzare chi vi lavora. Vanno inoltre riconosciute le tante esperienze di autogestione di spazi cittadini attraverso un confronto aperto, in grado di applicare i concetti di cittadinanza attiva e di bene comune, non come strumenti propagandistici per la creazione del consenso, ma come modelli innovativi che, laicamente, valorizzino modalità organizzative e spazi sociali realmente, e non artificialmente, nati da pratiche partecipative di base.

Occorre, d’altro canto, stabilire un accordo chiaro e di lungo periodo con le realtà private e del privato sociale della città, le cui risorse devono essere maggiormente indirizzate su interessi concordati e coordinati con l’Amministrazione Pubblica. Si deve realizzare un patto di collaborazione con l’Università di Bologna che risponda all’esigenza, da una parte, di confermare la straordinaria importanza culturale ed economica dell’Ateneo, dall’altra di garantire un impegno reale nei confronti degli studenti, non soltanto nelle fondamentali attività didattiche, ma in tutto l’arco della giornata, rendendo accessibili gli spazi universitari anche nelle fasce serali e notturne, nonché, in stretta collaborazione con l’Amministrazione, attraverso facilitazioni economiche di accesso alle diverse iniziative della città, culturali e non solo.

Infine, occorre ripensare in modo approfondito l’estensione, gli ambiti di intervento, le modalità organizzative e di governo della Città Metropolitana. È a tutti evidente come, dopo l’abolizione della Provincia, si sia creato artificialmente un nuovo Ente intermedio che in assenza di risorse e nella totale confusione dei ruoli, rischia di sovrapporre competenze e di produrre ulteriori inutili complicazioni nei rapporti tra i diversi livelli di governo territoriale, con conseguenti ulteriori difficoltà per i cittadini.

Il documento individua, nella cornice teorica dell’abitare con consapevolezza la città di Bologna, gli assi d’intervento cui la Pubblica Amministrazione non può sottrarsi per adempiere alle proprie funzioni di sviluppo della comunità: dalla cultura all’educazione, dai diritti allo spazio urbano, un percorso che si fa metodo e approccio, attraverso cui analizzare e affrontare tutti gli altri ambiti della vita pubblica.