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LA BOA COMPIE UN ANNO

Il 26 novembre 2016 La Boa ha compiuto un anno.
Dopo le elezioni amministrative di giugno, gli esiti e le dovute riflessioni che ne sono conseguite,  l’Associazione ha ritenuto fosse importante continuare a lavorare sui temi che l’hanno caratterizzata, presidiandoli e favorendo il dibattito e il pensiero critico attorno a ciò che sta tra la vita politica, la cultura e il sociale, con riferimento a Bologna, ma tenendo sempre lo sguardo più ampio.

A breve usciranno la programmazione degli incontri dei primi mesi 2017 e le modalità per il tesseramento 2017.
Nel mentre, all’Assemblea dei soci di domenica 27/11/2016, si è proceduto alla modifica della composizione del Consiglio di Indirizzo, sostituendo la dimissionaria socia Eleonora Pasqui, con Claudio Musso.

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COSTRUIRE LA DURATA – IL REPORT DELL’INCONTRO E UNA VISIONE GENERALE.

Per un’associazione come La Boa, che ha sempre fatto della cultura il centro della propria lettura politica, un incontro come quello che si è svolto al DOM – La Cupola del Pilastro il 18 maggio, sulle politiche culturali è la summa – e il rilancio – di un intero percorso, dove la cultura si accredita come materia specifica – che si interseca, ma non si esaurisce né può essere ancillare rispetto ad altri ambiti come il sociale, le attività ricreative e il turismo – sia come visione, poetica, orizzonte.

Una cultura – come introduce Alberto Ronchi – che deve prevedere l’intervento pubblico per dare indirizzi plurali, senza che questo significhi statalismo. Che deve aprirsi all’azione privata per l’ampliamento dei servizi, ricordandosi di difendere strenuamente le proprie realtà produttive. Che deve mantenere il proprio portato sperimentale, conflittuale, politico per non diventare mero intrattenimento. Tutto questo impiega tempo. Per questo abbiamo chiamato l’incontro “costruire la durata”, perché la cultura è lenta, nel farsi, nel mostrare i risultati, non può essere ossessionata dai numeri né dal consenso – che inevitabilmente portano all’omologazione dell’azione e del pensiero, cioè ciò che la cultura stessa contrasta.

L’intervento di Romeo Castellucci – regista teatrale a cui Bologna ha dedicato un progetto speciale nel 2014, vincitore del premio UBU come miglior progetto teatrale dell’anno – ha ricordato come “E la volpe disse al corvo…” sia stata un’esperienza di produzione artistica propriamente politica, proprio per il rapporto che ha saputo costruire con la città. Un lavoro approfondito, radicato e necessario – che si è realizzato grazie alla rara sensibilità di una pubblica amministrazione.

E’ Piersandra Di Matteo – curatrice del progetto – che ha approfondito la filosofia dei “progetti speciali” introdotti dall’Assessore Ronchi. La parola cardine è sempre “città”: da un lato il diritto alla città, cioè offrire alla cittadinanza traiettorie al cui interno le persone possano scrivere un proprio percorso, chiedendo loro di assumersi la responsabilità di passarci attraverso, scoprendo luoghi anomali, scoprendo il teatro come luogo dell’inquietudine e del dubbio, e secondo temporalità inedite; dall’altro la ricchezza di un dialogo inter-istituzionale: la volontà di mettere in comune tutte le forze della città in un’ottica propriamente cooperativa, intersecando un progetto specifico – transitorio, extra-ordinario – con il lavoro costante e continuo che solo le realtà locali sanno attivare sul territorio, ognuna per le proprie competenze ed energie, in sinergia con le altre. La costruzione di una precisa processualità, quindi, che indirizza i curatori a “mettersi rasoterra”, lasciando loro carta bianca a livello contenutistico, ma solo la richiesta di “lanciare scintille in luoghi che possano incendiarsi”. Significa preferire l’esperienza al risultato: del resto anche il concetto di “formazione del pubblico” rischia oggi di diventare un meccanismo meramente quantitativo, mentre questa si compie attraverso l’incontro, attraverso l’insinuazione di piccole curiosità, che si alimentano senza fretta. Conclude la Di Matteo: è necessario ritrovare umiltà nel settore culturale, allontanare quel “machismo” che deriva “dall’iper-creatività come condizione sistemica della vita”, per cui tutti devono essere e sono creativi, togliendo così valore alla dimensione della creazione, che insinua il dubbio, non produce risposte. Solo così, nella progettazione di una processualità artistica complessa – che di per sé può avere falle, implicare intermittenze – è possibile uscire dai trionfalismi facili e ridare spazio alla dimensione del laboratorio, unendo elaborazione, prassi e produzione.

A Bruna Gambarelli – direttrice della compagnia Laminarie, che gestisce il teatro DOM – La Cupola del Pilastro – è spettato il compito di disambiguare l’assimilazione della cultura al welfare. Si tratta infatti di due ambiti specifici, per cui non basta un piccolo elemento culturale per fare di un progetto di welfare un progetto culturale. Ci sono competenze precise e necessità profonde, per cui “non trafficanti, né dilettanti, né esteti pieni di orgoglio” (Jean Copeau) si devono improvvisare in questi ambiti. Accade che un progetto culturale si intersechi in modo essenziale con temi sociali, che prenda corpo in un contesto sociale, complesso. Ma se nel condurlo si perde di vista la vertigine dell’opera, allora sì diventa una mera – benché nobilissima – azione di welfare. Allo stesso modo, il tempo libero di persone ammirevoli non può essere scambiato con il lavoro sul territorio che possono compiere educatori e operatori professionisti. E’ importante riconoscere le capacità che la cultura può innescare ma è grave (e demagogico) non riconoscere che certi compiti non si possono lasciare allo spontaneismo. D’altro canto, non si possono attraversare i confini senza aver capito quali sono i propri. Più il contesto è complesso più è essenziale sapersi integrare e non sostituirsi ad altre professionalità, affidandosi alle competenze altrui. Questa capacità di innestare pratiche e dalle pratiche evincere teorie, così come lasciare che le teorie illuminino le pratiche, è un circolo virtuoso che la cultura dovrebbe insegnare, ma è anche un sistema che, se si interrompe, collassa. Un circolo che passa da un’azione quotidiana, metodica, strutturata, che deve ricevere i giusti indirizzi politici e deve essere agita da chi decide di investire tutta la propria vita su questo. I contesti complessi sono luoghi, tenaci ma abitati, dove è necessario investire sul senso delle relazioni tra esseri umani e altri luoghi pubblici. La città deve essere interrogata su quali relazioni attivare, è necessario mettersi in ascolto e aspettare i frutti di queste relazioni, in modo paritetico, senza frette. Perché spesso si vive di incontri incidentali, di piccole illuminazioni individuali: i fenomeni di massa e predeterminati tendenzialmente falliscono. Per questo è possibile solo assicurare il presidio dei luoghi e dei tempi, solo così possono accadere le cose.

A Emilio Varrà – direttore di BilBOlBul, Festival Internazionale del Fumetto – è stata chiesta una riflessione critica sul “medium festival”. Partendo dal presupposto che ci sono due tipi di festival – quelli di ricerca, il cui valore è esito artistico di per sé, e quelli di divulgazione – la differenza non sta nella qualità o specificità della proposta ma sul metodo di chi lo realizza. A Bologna sono predominanti i festival divulgativi, che hanno intrinsecamente la necessità di un pubblico e quindi la necessità di compiere scelte audience-oriented e il rischio di scivoloni, tanto più in un’epoca in cui tutto deve essere “partecipativo”, connesso al dover mettere a tacere illustri esperti per dare la parola al pubblico. Spesso il settore culturale ha usato lo strumento festival per portare avanti un rapporto con le istituzioni, usando la leva dell’indotto economico e del pubblico. Allo stesso modo l’idea di festival risponde alla demagogia della creatività, strettamente connessa alla comunicazione e al marketing, e a richieste occupazionali. In questo il festival è un oggetto ambiguo, che può proporre eccellenze, così come grandi atti di malafede. Bologna in onestà ancora produce festival qualitativamente elevati, ma questo non toglie che il fenomeno festival è un fenomeno finito. Ha avuto la propria funzione culturale ma ha già dato quello che poteva dare. Quindi la palla ora passa alle istituzioni, che devono ammettere l’idea di “de-festivalizzare i festival”, eliminandone l’occasionalità e andando verso la durata e l’attività continuativa. E’ chiaro, tuttavia, che la diffusione delle proposte non ha la stessa forza comunicativa, richiama meno persone e ci vuole coraggio.

Daniele Donati, presidente del Piano Strategico Metropolitano, ha puntualizzato l’orizzonte amministrativo entro cui si deve svolgere la pianificazione culturale dei prossimi anni. Che per l’appunto dovrà essere metropolitana e non localistica: il prossimo sindaco sarà il sindaco di un milione di abitanti, uno spazio che include tutta la ex-provincia di Bologna, quindi i pesi cambiano. Puntualizza anche sul fatto che la pubblica amministrazione non debba sviluppare politiche culturali, ma politiche per la cultura, come sosteneva Norberto Bobbio. Ovvero non si dettano linee ma si creano ambienti per ciò che deve svilupparsi necessariamente al di fuori dell’amministrazione. Infrastruttura, non contenuto. Non deve quindi portare all’omologazione attorno a un’idea ma aggregare attorno a un’azione. Con la consapevolezza che la cultura naviga anche nel mondo del mercato, accanto al sistema pubblico: ci sono distinzioni che vanno operate, per capire chi scegliamo che debba e possa stare fuori dal mercato, razionalizzando l’offerta (e quindi la domanda di sostegno pubblico).
Alcuni soggetti stanno pienamente sul mercato: possono usufruire di aiuti, di supporti alla produzione, ma stanno sul mercato (vedi industria cinematografica). Però ci sono aree di grigio – forme espressive inedite, innovative, giovanili, su cui bisogna concentrare risorse, attenzione e denaro. Realtà che ancora non si fanno o sanno intelleggere, dove il tema del pubblico – cioè del non pubblico – è cruciale. Allora la Pubblica Amministrazione può mettere in campo due azioni:
1) coordinamento: la creazione di reti che devono essere orizzontali (non si ragiona mai abbastanza sull’altro da sé) e verticali (formazione, produzione, distribuzione culturale: quanto sono perequate?)
2) sostegno: materno ma non materialistico. Non pedagogico: non ho un mente quale cultura debba essere, ma semplicemente che nasca. Spesso le problematiche sono a livello strutturale burocratico, di apparto e non politico. Spesso è necessario un sostegno pratico, più che economico.

Oggi abbiamo un atto politico che guida la prossima pianificazione strategica, cosa che non era accaduta durante il primo piano strategico. Oggi abbiamo la legge Delrio, che impone alle città metropolitane di dotarsi di un piano strategico: una legge tranchant che nel bene o nel male mette un punto a 25 anni di discussioni sulle pertinenze territoriali, che purtroppo non coincidono con la continuità territoriale. Per questo abbiamo a certezza che solo la cultura può funzionare come lente di analisi e costruzione dell’identità di questo territorio ampio e frammentato. Se non rafforziamo l’offerta locale, aprendoci alla contaminazione e acquisendo almeno 300.000 nuovi cittadini, non andiamo lontano: dobbiamo ricominciare a trattenere le persone, a partire dagli studenti universitari.
Di conseguenza, se il PSM è l’atto di indirizzo, allora deve necessariamente essere federale, perché un solo sindaco non può decidere per 54 Comuni in cui non è stato eletto, e deve necessariamente avere un documento politico che lo indirizzi. Gli indirizzi non si costruiscono ascoltando i destinatari. L’interesse pubblico non è né la somma né la mediazione di tutti gli interessi privati. Solo la chiarezza degli indirizzi ti permette di dire dei sì e dei no trasparenti.

Il vero nodo – e il paradosso, per concludere un incontro che pone la cultura al centro – è che la legge non contempla la cultura come materia in competenza alla città metropolitana, rientra tra il sostegno sociale. Quindi abbiamo due strade: o spingere i territori a chiedere la presenza della città metropolitana in materia di cultura o avere un approccio al sociale che includa fortemente la cultura come materia in sé. La Città Metropolitana di Bologna ha dato una delega alla cultura. Non sarà facile riempirla di senso, tra le rigidità del basso e l’irrigidimento della Regione, ma è un territorio da esplorare, in tutti i sensi.

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IL VOTO NON è QUALUNQUE. #5GIUGNO

Gli scorsi giorni è apparso su Libero un articolo di Paolo Nori, L’uomo qualunque.

Paolo Nori lo conosciamo bene.
Vive a Bologna, leggiamo da sempre i suoi libri e i suoi articoli, lo seguiamo nelle sue letture ad alta voce che tiene in città e in giro per tutta l’Italia, conosciamo i suoi  corsi di Scuola Elementare (e anche Media) di Scrittura Emiliana, seguiamo i suoi suggerimenti di lettura. Conosciamo il suo stile, riconosciamo la sua voce.

Ma dopo aver letto “L’uomo qualunque” siamo rimasti delusi.

Citando fatti, frasi e parole pronunciate in diversi contesti, Nori racconta, in maniera un po’ approssimativa, tra cronaca e narrativa, chi sono i diversi candidati in lista per le prossime elezioni amministrative a Bologna, e chiude segnalando che, se dovesse andare a votare, anche questa volta non andrebbe. 

Promuovere l’esercizio del diritto di voto è un dovere, tanto più l’indomani del 70° anniversario della Repubblica Italiana nata grazie anche al voto delle donne, che per la prima volta potevano esercitare questo diritto in Italia.
Votare è importante, perché si partecipa al destino della società. E’ un nostro diritto e nel caso delle prossime amministrative ci permette in modo chiaro di scegliere chi governerà Bologna e anche chi svolgerà la fondamentale funzione di controllo che in una democrazia spetta all’opposizione.

Domenica andate a votare.
Leggete, studiate, informatevi, confrontatevi per capire chi sono queste persone – uomini o donne “qualunque” – che si candidano chi per la carica di Sindaco, chi per essere eletto in consiglio a Bologna o nei vari quartieri. Tutte persone che hanno una storia, che hanno fatto cose e che hanno idee e proposte.

Votate chi vi convince di più, ma non abdicate a esercitare questo diritto.
Ricordatevi che chi sarà eletto fa la differenza. E non è cosa da poco.

 

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5 /18 MAGGIO – DUE BRACCIATE VERSO LA BOA

Proseguono gli incontri di approfondimento critico de LA BOA, per avvicinarci alle elezioni amministrative del 5 giugno 2016 con un bagaglio di riflessioni utili.

Affronteremo tue argomenti molto cari all’Associazione (e presenti nel nostro elaborato “Abitare Bologna”, che trovate qui): la laicità e la cultura.
Si (ri)parte giovedì 5 maggio alla Sala Studio dei Teatri di Vita, in via del Pratello 90/a,  con un incontro che vede presenti Roberto Grendene, del circolo UUAR Bologna – Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti -, Vincenzo Branà del Cassero LGBT Center e Guido Armellini, rappresentante della Chiesa Evangelica Valdese e candidato consigliere comunale per la Lista di Amelia Frascaroli.
Se è vero che la laicità dello Stato, come previsto dalla nostra Costituzione, presume una netta separazione tra la sfera politica e la sfera religiosa, è altrettanto vero che su molti temi – la scuola, la sessualità e l’interruzione di gravidanza, la fine vita (testamento biologico e funerali civili), solo per citarne alcuni – la promiscuità tra sfere e l’influenza di quella religiosa (cattolica) su quella civile e secolare è presente e spesso compromettente scelte e indirizzi, anche a livello locale.

Mercoledì 18 maggio, invece, è il momento di affrontare il tema della produzione culturale e delle complessità che implica in termini di professionalità, visione, sinergie e strategie di lungo periodo. Ne parliamo al DOM – La Cupola del Pilastro, con molti ospiti illustri, compiendo una panoramica molto ampia. Dopo un’introduzione di Alberto Ronchi – ex-Assessore alla Cultura della Giunta Merola – Bruna Gambarelli di Compagnia Laminarie affronterà una riflessione tra cultura e welfare, per disambiguare gli ambiti e al contempo evidenziarne i punti d’incontro. Emilio Varrà proseguirà con l’importanza del sistema dei “Festival del Contemporaneo” di Bologna e Daniele Donati – Presidente del comitato scientifico Piano Strategico Metropolitano di Bologna – presenterà una disamina delle possibili politiche per la cultura per una Bologna che deve sempre più necessariamente concepirsi come metropolitana e policentrica. Concludono la giornata i contributi di Romeo Castellucci, regista, e Piersandra Di Matteo, dramaturg e curatore indipendente che – forti della vittoria di un premio UBU per il Progetto Speciale promosso dal Comune di Bologna nel 2014 “E la volpe disse al corvo” – racconteranno l’esperienza dei progetti speciali nel tentativo di comprendere quale possa essere una “linguistica generale” della città di Bologna, intesa come la capacità prettamente culturale di comunicare e le forme che questa comunicazione può assumere.

Tutti gli incontri sono a ingresso libero. 
Di seguito i dettagli:

GIOVEDI 5 MAGGIO, ore 18:30
Sala studio dei Teatri di Vita, via del Pratello 90/a
BOLOGNA È LAICA? Scelte, silenzi, possibilità

Introduce Stefano Rosanelli
Interventi di:
Roberto Grendene Circolo UAAR Bologna
Vincenzo BranàCassero LGBT center
Guido Armellini – Chiesa Evangelica Valdese

MERCOLEDI 18 MAGGIO, ore 18:00
DOM – la Cupola del Pilastro, via Panzini 1
COSTRUIRE LA DURATA – L’importanza della visione in un progetto culturale, tra conservazione e nuove possibilità

Introduce Alberto Ronchi
Interventi:
“La cultura che appartiene alle prassi”  | Cultura / Welfare, opportunità e differenze
di Bruna Gambarelli – Compagnia Laminarie / DOM – la Cupola del Pilastro
“Il contemporaneo come domanda dell’arte alla città” | Il sistema dei festival e il circuito dei festival del contemporaneo di Bologna, di Emilio Varrà – Bilbolbul. Festival internazionale di fumetto
“Quali priorità, quale sviluppo” | Bologna città metropolitana e le politiche per la cultura
di Daniele Donati Presidente comitato scientifico Piano Strategico Metropolitano di Bologna
“Per una linguistica generale della città” | I progetti speciali a Bologna
contributi di Romeo Castellucci, regista, e Piersandra Di Matteo, dramaturg e curatore indipendente

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COME RENDERE UTILE IL DIBATTITO SULLA FONDAZIONE CARISBO

La clamorosa esclusione del Rettore dell’Università, Francesco Ubertini, dall’Assemblea della Fondazione Carisbo ha aperto un dibattito molto acceso sul ruolo e sulla gestione di questa fondamentale istituzione cittadina.
Improvvisamente, Sindaco, politici vari, professori universitari ed editorialisti scoprono che l’utilizzo da parte della Fondazione delle proprie risorse è poco trasparente e poco produttivo, e che viene contraddetto lo spirito della legge istitutiva delle fondazioni che consiste nel restituire alla società civile risorse provenienti dalla gestione dell’attività bancaria.

Tutto questo è piuttosto ipocrita, perché a dire il vero la trasformazione della Fondazione da soggetto indipendente che – sulla base di indirizzi certi e concordati – partecipa alla crescita e allo sviluppo culturale e sociale di Bologna, a un soggetto che interviene direttamente sulle politiche della città, è avvenuto da tempo – e con il consenso tacito di tutti coloro che adesso gridano allo scandalo. Continue reading

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ALBERTO RONCHI CANDIDATO IN CONSIGLIO COMUNALE

Da ieri Alberto Ronchi è ufficialmente candidato in Consiglio Comunale nella lista di Coalizione Civica.

Come socio fondatore della Boa e primo animatore di questa Associazione, siamo contenti che abbia accettato di candidarsi e che la sua candidatura sia stata avallata dall’Assemblea dei Soci di Coalizione.

La Boa continua al suo fianco, certa che la sua presenza in Consiglio Comunale potrebbe essere per molti una ragione per non perdersi nel mare – ora in tempesta, ora oltremodo quieto – di questa città.
Continuiamo a a credere nella necessità di un pensiero critico, acuto, indipendente.
Continuiamo a lavorare in questa direzione, ostinata e spesso contraria.

#AggrappateviallaBoa.

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REFERENDUM TRIVELLE: VOTA E VOTA Sì!

Il Referendum del prossimo 17 aprile è un appuntamento importante per tutti i cittadini.

Al di là del quesito molto tecnico, sono in gioco, infatti, sia le scelte di sviluppo energetico del Paese, sia le modalità con cui il Governo decide di estendere concessioni estrattive alle compagnie petrolifere. Per quanto riguarda il primo aspetto, non si capisce perché un Paese che potrebbe investire in modo deciso sulla green economy, si intestardisca a sviluppare la ricerca di idrocarburi. Sono ormai molti anni che il dibattito sui temi ambientali pone l’attenzione sull’esigenza di riconvertire le fonti energetiche.  Gli idrocarburi, infatti, sono i principali responsabili della formazione di gas serra con il conseguente aumento delle temperature del pianeta e disastri di varia natura, con costi elevatissimi  diretti e indiretti.

D’altra parte, la norma che estende le concessioni per i 21 impianti posti in mare a 12 miglia (circa 20 km.) dalla costa, fino a esaurimento dei pozzi (invece degli attuali 5/10 anni), è stata inserita all’ultimo momento nella Legge di Stabilità del 2016 e, come evidenziato dalle dimissioni del Ministro Guidi, è figlia dell’ennesimo italico conflitto di interessi.

Sul quesito referendario il dibattito langue. A parte le Associazioni ambientaliste impegnate a far conoscere a tutti qual è la posta in gioco, il resto del Paese, con qualche rara eccezione, allestisce il solito teatrino della disinformazione. Ancora una volta, su tutti, spicca il Partito Liquido, tanto per cambiare, diviso tra chi invita all’astensione per non raggiungere il quorum, chi invita a votare no e chi, invece, propende per il si. Impressiona soprattutto – tra le infinite lacrime di coccodrillo versate per il distacco dei cittadini dalla politica – l’invito a disertare le urne proprio da parte del Presidente del Consiglio, vero esempio di irresponsabilità istituzionale, considerato il ruolo; del resto, ormai è noto, nel PL, secondo le convenienze del momento, ogni cosa e il suo contrario diventa lecita e possibile.

L’invito quindi è di recarsi alle urne e votare convintamente Sì. Con un semplice gesto si può affermare la volontà di modificare un’idea di sviluppo del Paese vecchia e dannosa, dire ai nostri governanti di smetterla di utilizzare i consueti sotterfugi per sostenere gli interessi economici dei soliti pochi potenti e comunicare al PL e far sapere al suo Segretario che gli elettori sono in grado, quando chiamati ad esprimersi, di scegliersi il proprio futuro.

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VIVA LA MAMMA!?

Mentre mezza Italia canta “Viva la mamma!” in onore dI Giorgia Meloni, colpita dalle allucinanti esternazioni di Bertolaso (ma dimenticando – nell’usuale strabismo italico sui diritti – le posizioni omofobiche della fascio-passionaria emerse prepotentemente durante il dibattito sulla legge Cirinnà), a Bologna, il PL (Partito Liquido) infila nelle sue liste, grazie al patrocinio del solito Vitali, un catto-pasdaran. Naturalmente, c’è stato un errore e meno di ventiquattrore il candidato De Fraia viene epurato. Ora: un Segretario di partito, magari con l’aiuto di un Sindaco, o di tutta la sua Segreteria, non ha poi moltissime cose da fare, a parte costruire delle liste “sensate” in occasioni delle Amministrative. Forse Critelli e “tutti i ragazzi” sono stati distratti dal consueto dibattito sulla legalità (a senso unico e secondo le convenienze) che in queste ore vede la Presidente del Quartiere Savena chiedere lumi giuridici sulla cancellazione di una delle opere di Blu, alta un intero palazzo che pare – udite! udite! – fosse stata pagata ben 1000 euro. Sta di fatto che gli statisti locali, nonostante Bologna sia la città più smart d’Italia e passino intere giornate a postare su Facebook, non si erano accorti che il De Fraia è schierato contro l’aborto, sui diritti ha posizioni più oltranziste di un Ministro del governo iraniano e ha passato l’ultimo anno ad attaccare il Sindaco. Per gli elettori delle prossime amministrative davvero un bel messaggio di fiducia e lungimiranza. A sostegno del “povero” De Fraia, del resto, il cittadino attento potrebbe osservare che nella lista del PL è stata confermata Raffaela Santi Casali. Ora, se qualcuno ha voglia di leggersi gli interventi, svolti in Consiglio Comunale in tema di immigrazione, diritti, droghe, Comunità Sinti e Rom, dalla casalinga più famosa di Bologna, si accorgerebbe facilmente che Alfano, in confronto alla nostra, è un pericoloso estremista di sinistra.
Naturalmente, come sempre, per queste incredibili scivolate e contraddizioni c’è una spiegazione: le vie del Partito Liquido sono infinite. Nel prossimo appuntamento elettorale sarebbe opportuno dargli un limite, pena la caduta nel ridicolo della città intera.

Alberto Ronchi

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CORAGGIO E RADICALITA’ – RONCHI @ RADIO CITTà DEL CAPO

Impossibile non esprimersi a proposito del gesto di Blu di cui tutti parlano, in reazione alla mostra di prossima apertura sulla Street Art presso i musei privati di Genus Bononiae.

Così Alberto Ronchi, in qualità di ex-Assessore alla Cultura, al tempo informato sulle volontà del Direttore Fabio Roversi Monaco, si esprime sulla vicenda: “Blu ha fatto un’azione politica e di politca culturale come non se ne vedeva da tempo, un’azione radicale che ha aperto un dibattito a livello nazionale su diverse questioni: cos’è l’arte, cos’è l’arte pubblica, fino a che punto si può commercializzare, ma anche sugli spazi sociali, sugli spazi autogestiti. Un gesto di intelligenza estrema. Io non sono uno statalista, ma credo che le politiche culturali debbano essere in capo alle amministrazioni pubbliche elette dai cittadini. La cosa che mi spaventa è che non c’è una posizione da parte del Comune di Bologna. Di fronte a queste questioni si deve prendere una posizione: o si è a favore della mostra oppure non si è d’accordo. Aggiungo che nella grande opera di XM24 è stato cancellato tutto tranne il piccolo frammento di Atlantide, a dimostrazione di come quell’episodio sia stato un punto di rottura nella città, quindi non solo è un intervento intelligente dal punto di vista della politica culturale, ma anche dal punto di vista politico”.

Molti altri passaggi: sulla legalità, sui rapporti interni all’Amministrazione e dell’Amministrazione con i cittadini, sulle prossime elezioni.
Tutto su:
http://www.radiocittadelcapo.it/archives/ronchi-per-cambiare-ci-vuole-coraggio-merola-invece-galleggia-171401/

 

 

 

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I MORALISTI DELLA DOMENICA

Non ci voleva un genio per capire che sulla proposta di legge Cirinnà avremmo assistito all’ennesimo pateracchio al ribasso, con il risultato di mantenere l’Italia, nonostante leggi europee molto chiare e indiscutibili in materia, fanalino di coda del mondo occidentale in tema di diritti.
Adesso tutti a sproloquiare sul grande risultato “innovatore” e “riformista”, quando in verità si è solo sancito che per i legislatori italiani vi sono persone di serie A, i presunti “normali”, quelli che seguono il “diritto naturale” secondo l’idea del Ministro Alfano; di serie B, le persone dello stesso sesso che, autonomamente e lecitamente, vogliono formare una famiglia e chiedono di avere gli stessi diritti degli altri; di serie C, i bambini delle famiglie Arcobaleno, che continueranno ad avere un solo genitore.

Peccato che in tema di diritti o questi sono universali, oppure non sono tali.
Del resto, come avevamo già sottolineato in un intervento precedente, il partito di maggioranza relativa, da Bologna a Roma non ha mai chiarito quali sono i suoi valori fondanti e galleggia nella sua liquidità. Il povero consigliere Zacchiroli, di fronte alle giuste proteste della comunità LGTB, si sforza di dimostrare che vi è una differenza sostanziale tra il Parlamento romano e la maggioranza che governa la città. Visto che non sono passati secoli, è opportuno però ricordargli che lo sgombero di Atlantide, mentre era in corso una trattativa ufficiale, non l’ha deciso Renzi, ma il Sindaco Merola.

Ma l’ipocrisia italica non conosce limiti. Così alla notizia, bella e positiva, che Nichi Vendola è diventato papà, si apre uno stucchevole dibattito su cosa è morale e su cosa non lo è rispetto a scelte individuali che in paesi civili, come il Canada, vengono ritenute per natura lecite. Via allora a interventi, da Famiglia Cristiana a Grillo, passando per la Presidente della Camera, che con varie “sfumature” pongono dubbi e si interrogano su avvenimenti che dovrebbero riguardare la sfera personale e, nello specifico, solo quella di Vendola.

Intanto, però, tra la Grecia e la Macedonia si rischia un massacro di povera gente fuggita dalla guerra, alimentata,come sempre, dalla vendita di armi da parte di tanti paesi, compreso il nostro, nella totale indifferenza dell’Europa, e di tutti i “moralisti” della domenica. Se poi, aggiungiamo, che l’Italia sta sbavando per avere un posto al sole in una prossimo intervento armato in Libia, nazione che ha conosciuto il feroce colonialismo nostrano, non resta che consigliare una bella lettura “laica” di quel passo del Vangelo in cui si parla di “pagliuzza” e di “trave”: potrebbe aiutare ad evitare prediche e a ritrovare il senso delle proporzioni.

Alberto Ronchi